Il più delle volte, mi trovo ad essere nell’oscurità del mio stesso desiderio […] entro nella notte del non-senso; il desiderio continua a vibrare (l’oscurità è transluminosa), ma io non voglio cogliere niente; è la Notte del non-profitto, del dispendio sottile, invisibile: estoy a oscuras: io sono lì, seduto semplicemente e tranquillamente nell’interno nero dell’amore. Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso
Topografie del desiderio in rete. Le chat rooms (pp. 117- 118)
Nella notte, nel buio di uno studio ormai deserto, o nella luce fioca di una stanza appena illuminata, il popolo desiderante dei cibernauti si avvicina ad un computer, lo accende, attende che si compiano tutte le operazioni che faranno apparire la schermata d'inizio e si collegano ad un provider.
Nell’era dell’”usa e getta”, in cui nulla vale la più la pena di essere aggiustato, un bambino dagli occhi spalancati sul mondo, sopravvive grazie all’ostinazione del riparare.
E’ un film che celebra l’artigianato, anche delle relazioni umane, dove bisogna ostinarsi all’altro perché la ferita possa essere curata, perché i margini del dolore possano prima o poi richiudersi.
Un film sull’attaccamento ad un progetto, anche impossibile. Un film sul tempo come ingranaggio che non puoi stravolgere, ma devi oliare, di cui devi prenderti cura.
E all’artigianato, che chiede una temporalità calma e accurata, si unisce la sollecitudine verso i rapporti umani, anch’essi bisognosi di lentezza e attenzione. Perché una piccola crepa non si trasformi in lesione insanabile, ci vuole uno sguardo che giornalmente, come quello di Hugo, passi in rivista gli ingranaggi degli orologi e li sincronizzi, un reiterato lavoro quotidiano, routinario ma fondamentale perché gli umani possano trovare una minimo di sintonia comune.
In questo il cinema ci insegna che il tempo diviene magia quando è inscritto su una pellicola, ma anche che ogni magia ha bisogno di attenzione, dedizione e memoria. Di tempo.
La scrittura di Martino Sgobba ci regala nove nuovi racconti, pubblicati con Giovane Holden Edizioni, di cui il primo dà il titolo alla raccolta Il mare è soltanto acqua, ovvero quando la parola ridiventa pregnanza, costringe suadente alla lentezza della rilettura, della sosta, della connessione ai propri ricordi e in questo ci spiazza con un’emozione inaspettata, riesce a toccare una corda che da tempo non risuonava. In ognuna delle storie si concretizza quell’attimo di comprensione che dal mondo ricade su di sé, bloccando per un attimo la continua fuga e avvicinamento alla verità impossibile dell’io e delle sue maschere; in ognuna si delinea una trasformazione, un passaggio esistenziale, di cui le stazioni ferroviarie si fanno correlativo oggettivo.
Il nuovo denso e interessante libro di Patrizia Calefato, Metamorfosi della scrittura. Dalla Pagina al web, ed. Progedit, 2011, si apre con l’immagine che ha fatto il giro del mondo dei “Book–Bloc”, studenti in corteo a Roma che, nella loro protesta contro il disegno di legge Gelmini sull’università, hanno usato le copertine dei grandi classici della letteratura come scudi: la scrittura come difesa e memoria, in stridente contrasto con i manganelli impugnati contro di loro.
Calefato crede nella forza della parole, della scrittura che è memoria e nel contempo metamorfosi presentificata che proprio nell’epoca del web ritorna prepotentemente in veste di protagonista con tutte le sue contaminazioni.
Scrittura è da sempre “incisione” sul mondo di segni che lo modificano, lo umanizzano, lo rendono intelligibile, è traccia del corpo ed è corpus di tracce elaborate ed esposte a metamorfosi. La società dell’informazione, pur avendo disatteso l’ottimismo utopistico di quanti da essa si aspettavano una messianica salvezza, si pone tuttavia, secondo la semiologa, come potenzialità ancora per certi versi non del tutto esplorata che potrebbe rimettere dinamicamente in circolazione il concetto di scrittura, nella forma di una sorta di sapienza ironica, per spingerla verso progettazioni sociali che abbiano come parole-chiave “democrazia”, “diritti”, “trasparenza”, “conoscenza”, “alfabetizzazione”, “lavoro.”
Ordine degli Psicologi di Puglia Seminario di studio su cinema e psicoanalisi (II edizione) «Adolescenza: età dell’inquietudine» 10 gennaio 2005 – Bari
Lo spazio del cinema: specchio di vita Relazione presentata da Maria Grazia Tundo
Specchio Sono d'argento e rigoroso. Non ho preconcetti. Quello che vedo lo ingoio all'istante Così com'è, non velato da amore o avversione. Non sono crudele, sono solo veritiero- L'occhio di un piccolo dio, quadrangolare. Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte E' rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo che credo faccia parte del mio cuore. Ma c'è e non c'è. Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora io sono un lago. Una donna si china su di me. Cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente. Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde. Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente. Mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani. Sono importante per lei. Anche lei va e viene. Ogni mattina il suo viso si alterna all'oscurità. In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo. Sylvia Plath, Opere, Milano, Mondadori, 2002. Trad. di Anna Ravano
Ogni specchio, per quanto piano sia, dissimula il suo essere, in qualche modo, deformante; in ogni suo riflesso si cela ed implode una rifrazione.
Per sottoscrivere la lettera aperta al Presidente, al Parlamento e al Governo in difesa della scuola pubblica, iniziativa promossa dagli Editori Laterza di Bari, cliccate sul link